Matteo Corradini: «Vi spiego cos’è successo mentre leggevo Anna Frank nello stadio della Juventus»


Da Lettera43, 26 ottobre 2017

«Prima di scendere in campo i ragazzi della regia mi hanno detto di prepararmi ai fischi e agli insulti». Il racconto è di Matteo Corradini, scrittore di romanzi e giornalista, che descrive la sua esperienza all’Allianz Stadium, la “casa” della Juventus, dove è stato chiamato a leggere alcuni passi del diario di Anna Frank prima della partita Juve-Spal, provvedimento voluto dalla Federcalcio in tutti gli impianti di Serie A dopo il caso degli insulti anti-semiti dei tifosi laziali ai romanisti per cui sono stati indagati 12 ultrà.

AUTORE ESPERTO DI EBRAISMO. «Una parte della curva juventina si è voltata di spalle e ha intonato l’Inno di Mameli», ha detto, «mentre il resto dello stadio ha rispettato quel momento e alla fine ha applaudito». Esperto di ebraismo, Corradini ha curato per Rizzoli l’ultima edizione italiana del Diario di Anna Frank. Per questo la Lega calcio lo ha contattato.

DOMANDA. Corradini, com’è andata?
RISPOSTA. Quando mi hanno chiamato avevo paura che potesse essere una cosa trash o a rischio populismo, invece allo Stadium le cose sono state fatte in un modo dignitoso. La società ha fatto spegnere le luci e i tabelloni degli sponsor: durante la mia lettura era illuminato solo il centrocampo e lì i giocatori stavano in cerchio, in silenzio ad ascoltare. Devo dire che sono contento di come è stata organizzata la cosa.

D. Come ha reagito il pubblico?
R. Io sono abituato a fare queste cose a teatro, con davanti 400 persone al massimo che la pensano tutte come me, quindi non sapevo cosa aspettarmi. I ragazzi della regia, prima di entrare in campo, mi hanno detto: «preparati a fischi e insulti».

D. E cos’è successo?
R. Una volta iniziata la lettura, una parte della curva juventina si è voltata di spalle e ha iniziato a intonare l’Inno di Mameli, ho sentito anche qualche fischio: era il loro modo per disturbare. Il resto dello stadio, inclusi i tifosi della Spal, ha rispettato il momento restando in silenzio. Alla fine si sono lasciati andare a un applauso caldo, come si fa a teatro.

D. Questa iniziativa serve veramente a qualcosa?
R. Non so che segni lascerà. So solo che volevo fosse una cosa composta e così è stato. Chi si è voltato dall’altra parte non ha capito. Ci vorrebbero percorsi più lunghi e non bastano iniziative di una notte.

D. Non crede che tutta questa ondata d’indignazione sia una cosa di facciata?
R. Sicuramente una parte è così. Spesso le squadre hanno il bisogno di queste iniziative per prendere le distanze da certe persone. Gli stadi sono sempre stati posti dove si trovano molti razzisti. Del resto quando raduni 40 mila persone dentro puoi trovare di tutto. In ogni caso allo Stadium non è stata una cosa “alla Lotito”, è stato un momento pensato e preparato.

D. A proposito di Lotito, la Lazio è scesa in campo con il volto di Anna Frank sulle magliette durante il riscaldamento. Che ne pensa?
R. Non mi sono piaciute perché era un uso distorto del volto di Anna. Fatto con un intento buono, ma comunque una strumentalizzazione. Tant’è che sopra il volto campeggiava la scritta Macron, che è quella dello sponsor tecnico: non è stato bello.

D. Secondo lei gli italiani sanno veramente chi è Anna Frank?
R. Anna Frank è come Pinocchio. Se fermi qualcuno per la strada ti sa dire le cose principali, ma nessuno è motivato a leggere il libro perché pensano già di sapere cosa c’è scritto. In realtà Anna è un personaggio molto complesso, che merita di essere conosciuto. Il modo con la quale è stata usata la sua immagine dai tifosi della Lazio, cioè come un “insulto”, testimonia come in realtà la gente non la conosca affatto.

D. Pensa che sia colpa delle scuole se la gente non conosce bene la storia?
R. Al contrario di quanto si sente dire, le scuole in realtà stanno lavorando tanto: nelle aule si parla molto di razzismo. In tanti altri ambienti invece no, a partire dalle famiglie. Nella tivù generalista, per esempio, si parla solo di emergenza migranti, degli stranieri come autori di violenze, caos e rapine. Certo, in questo fenomeno ci sono anche certi episodi. Ma la tecnica con la quale si identifica una parte di violenti con tutti quanti non è informazione, la chiamerei piuttosto propaganda.

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Pavia, due amici giocano da 14 anni a “Premier Manager ‘99”: “Nellʼanno 2480 la Reggiana è campione dʼItalia”


Da Tgcom24, 11 luglio 2017.

Giocano alla stessa partita di Premier Manager ’99, un vecchio gioco manageriale di calcio, da 14 anni con l’intento di arrivare almeno fino all’anno Tremila. E’ l’impresa di due 30enni della provincia di Pavia che, nel tempo, hanno reso di dominio pubblico la loro sfida attraverso la pagina Faceboo “Fan di Premier Manager ‘99”, sulla quale pubblicano aneddoti riguardanti le gesta degli eroi virtuali del videogioco.

La pagina ha oltre 14.000 followers che partecipano a ogni secolo di gioco virtuale festeggiando come in una sorta di capodanno l’avvento nella nuova “era” . L’ultimo festeggiamento sabato 8 luglio, con tanto di mega schermo e fuochi d’artificio, organizzato nel giardino di casa. I fan di Premier Manager ’99 hanno brindato all’iperbotto, ossia la festa per salutare l’avvento dell’anno 3000. Quest’anno chi ha partecipato alla festa è stato omaggiato con una maglietta a tema.

Un anno di vita vera, corrisponde a molti anni in Premier Manager ’99, così ora, arrivati al quarto millennio, a calcare i campi non ci sono più Zinedine Zidane e Christian Vieri – che nel 1999 vivevano l’apice della loro carriera calcistica – ma il gioco ha cominciato a creare nuovi eroi con nomi immaginari. Le gesta di Elio Bergkamp e Samassi Pane, indimenticati campioni immaginari, sono celebrati dagli appassionati della pagina come se fossero calciatori veri. Vi è perfino un libro delle statistiche curato nei minimi dettagli, con marcatori e squadre vincitrici delle massime competizioni nazionali e internazionali dal 1999 al 3.000.

In questo futuro lontano, la Reggiana tiranneggia vincendo 30 scudetti consecutivi e il Monza è capace di battere la Juventus a Torino con un roboante 0-12. “Abbiamo iniziato a giocare nel 2003 quando tornavamo da scuola – spiega uno dei due giocatori – perché il gioco ci piaceva. All’inizio eravamo in quattro, poi dopo due ore siamo rimasti in due e abbiamo proseguito fino a oggi. Dopo il 2480 il gioco è impazzito e ha iniziato a non avere più senso, perché le squadre non potevano più vincere in casa”.

Da qui in poi è nata l’idea di continuare a giocare per raggiungere il 3000: “Se ci chiedete perché continuiamo non vi sappiamo rispondere. La verità è che non c’è un motivo, abbiamo preso entusiasmo proprio perché questa cosa non ha un senso”.

I fan, che hanno partecipato alla festa, ora sperano che l’avventura non si fermi al 3.000: “E’ stato bellissimo – continua – c’erano ragazzi venuti da Treviso, altri da Alessandria. Un altro è venuto in treno da Torino e l’ho ospitato qui per la notte. Se andremo avanti? Non possiamo svelare niente. Rispondiamo “la scatola””. Una frase criptica che lascia però spazio a futuri sviluppi che verranno rivelati sulla pagina Facebook.

Pm10, le polveri sottili spiegate in 11 punti


Da Lettera43, 18 ottobre 2017

L’Italia è alle prese con il problema irrisolto delle polveri sottili. Nell’aria esistono altre sostanze inquinanti (monossido di carbonio, ozono, benzene, idrocarburi, piombo), ma è per le Pm10 che il nostro Paese è finito sotto la lente di osservazione della Commissione europea nella primavera del 2017, dopo che nel 2012 la Corte di giustizia europea l’aveva già condannata per il livello troppo elevato di questo tipo di emissioni.

NON RISPETTIAMO ANCORA I PARAMETRI. Negli anni le emissioni sono calate, ma non abbastanza per rispettare i parametri delle direttive europee. Di seguito si cerca di spiegare che cosa sono le polveri sottili, quali problemi sanitari provocano, come proteggersi dai loro effetti deleteri e a che punto è l’Italia.

1. Cosa sono le Pm10: particelle microscopiche disperse nell’aria
Le Pm10, o polveri sottili, rappresentano l’insieme di particelle microscopiche disperse nell’aria che si respira sotto forma di polvere, fumo, microgocce di sostanze liquide. Pm sta per materiale particolato, mentre il numero 10 è riferito alle dimensioni di queste particelle: sono Pm10 quando hanno un diametro uguale o inferiore a 10 millesimi di millimetro. Più le particelle sono piccole, più si sedimentano nell’organismo con facilità e possono provocare danni alla salute. Esistono anche le polveri ultrafini, le Pm2,5 che hanno un diametro di 2,5 millesimi di millimetro o inferiore.

2. Il 10% delle Pm10 è prodotta dall’uomo
Il materiale particolato può essere prodotto da fonti naturali (polvere, terra e sale marino alzati dal vento, incendi, microrganismi, pollini, eruzioni vulcaniche ed erosione di rocce) o da fonti umane (emissioni di automobili, riscaldamento delle abitazioni, usura del manto stradale, dei freni e dei pneumatici delle auto, emissioni di centrali elettriche, inceneritori, impianti industriali, centrali elettriche e fumo di sigaretta). Il materiale particolato ha un diverso grado di pericolosità in base alla sua composizione: per esempio, quello prodotto dalla combustione della plastica è accompagnato da residui di sostanze tossiche. In proporzione, il materiale particolato prodotto in natura costituisce il 90% del totale, mentre quello prodotto dall’uomo è il 10%, con una concentrazione nelle zone urbane, dove il Pm10 deriva principalmente dal traffico veicolare e dal riscaldamento delle case.

3. In Lombardia il 45% delle Pm10 deriva da stufe a pellet o a legna
Se si prende a esempio la Lombardia, la regione più popolosa e tra le più inquinate d’Italia, secondo i dati diffusi da Arpa a metà 2016, il 45% delle polveri sottili è generato dalla combustione delle stufe a pellet o a legna. I motori diesel delle auto producono il 14% di Pm10 e un altro 13% deriva dal consumo di pneumatici, freni e asfalto. Le auto complessivamente influiscono per circa il 27%: tanto, ma probabilmente meno di quanto si pensi. La restante parte delle Pm10 derivano da fonti naturali e da combustioni di vario genere (fabbriche, centrali termoelettriche, impianti di incenerimento, fumo di sigaretta).

4. Una sigaretta inquina di più di una Harley Davidson
Anche il fumo di sigaretta fa la sua parte: basti pensare che secondo una ricerca condotta l’Istituto nazionale tumori (Int) di Milano, una sigaretta inquina di più di una Harley Davidson. Ma non solo: una locomotiva produce 3.500 microgrammi/metro cubo di Pm10, una sigaretta 717 microgrammi/metro cubo. Ciò significa che cinque sigarette producono più Pm10 di di una locomotiva.

5. Muoiono oltre 12 milioni di persone nel mondo per l’inquinamento
Per l’Agenzia europea per l’ambiente ogni anno in Italia l’inquinamento da polveri sottili provoca più di 66 mila morti. Secondo le linee guida sulla qualità dell’aria diramate dall’Oms, gli effetti a carico dell’apparato respiratorio all’aumentare della concentrazione di polveri sottili di 10 milligrammi per metro cubo sono i seguenti: uso di bronco dilatatori (+3%), tosse (+3%), sintomi delle vie respiratorie basse come bronchiti e polmoniti (+3%), funzione polmonare negli adulti rispetto alla media (-13%), ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie (+0,8%), aumento mortalità giornaliera (+0,7%). Gli effetti a lungo termine possono portare a problemi cardiovascolari, cancro ai polmoni e asma.

6. Il limite europeo è fissato a 50 milligrammi per metro cubo
Secondo le direttive europee, i limiti per la concentrazione delle Pm10 nell’aria sono 40 milligrammi per metro cubo (µg/m³) d’aria come valore medio annuale, e 50 µg/m³ come valore massimo giornaliero nelle 24 ore. A ogni città è consentito un numero massimo di sconfinamenti consentiti pari a 35.

7. Torino è la città con più Pm10 d’Italia
Secondo i dati diffusi da Legambiente aggiornati a ottobre 2017, sono 25 le città in Italia che hanno superato il limite di 35 giorni con una media giornaliera oltre i 50 microgrammi per metro cubo previsto per le polveri sottili (Pm10). La classifica Pm10 ti tengo d’occhio 2017, vede Torino come la città peggiore in Italia con 66 giorni di sforamento del limite in almeno una delle centraline urbane di rilevamento, al secondo posto Cremona a quota 58 e al terzo Padova con 53.

8. Emissioni Pm10: dal 1990 sono diminuite del 34%
Secondo gli ultimi dati dell’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in Italia le emissioni di Pm10 tra il 1990 e il 2015 sono diminuite del 34%. A causare questa tendenza sono l’adozione di filtri anti-particolato sempre più evoluti per quanto riguarda le automobili, insieme a incentivi per l’acquisto di nuove automobili e per i trasporti pubblici, insieme a giornate senza traffico. In generale si registrano diminuzioni in tutti i comparti, tranne che per la combustione non industriale, che invece è aumentata del 65% a causa dell’utilizzo del legno per il riscaldamento residenziale.

9. L’Italia non fa abbastanza: Bruxelles minaccia deferimento
Nell’aprile del 2017 la Commissione europea ha deciso di aprire una procedura d’infrazione a carico dell’Italia per le eccessive emissioni di polveri sottili e ultrasottili. Sono ben 30 le zone italiane interessate dal superamento i limiti giornalieri di emissioni e si trovano in Lombardia, Veneto, Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Lazio e Sicilia. Già nel 2012 la Corte di giustizia europea aveva trovato l’Italia colpevole di aver violato la direttiva comunitaria.

10. Mele, finocchi, carote e salmone: cosa mangiare per proteggersi dall’inquinamento
Il consumo assiduo di frutta e verdura fresca aiuta a combattere gli effetti dell’inquinamento. Le mele, per esempio, sono ricche di antiossidanti e stimolano il sistema immunitario. Altro alimento utile sono le carote, ricche di betacarotene che blocca l’aggressione dei radicali liberi che si formano a causa dell’inquinamento. Aglio e porri contengono allicina, sostanza che contrasta l’accumulo di tossine negli organi. I finocchi invece fanno bene ai polmoni. Cavoli, broccoli e cavolini di Bruxelles mitigano gli effetti cancerogeni dello smog. Infine il Salmone, ricco di Omega 3, è un buon antinfiammatorio e stimola la produzione di anticorpi.

11. Consigli: fare jogging aiuta a eliminare le tossine
Lo sport, in particolare quello che presuppone attività aerobica, come fare jogging, fa bene al cuore e aiuta l’organismo a spurgare le tossine accumulate con l’inquinamento atmosferico. Inoltre può essere utile la classica gita fuori porta nei week end, a patto che sia in una zona con una minore concentrazione di sostanze inquinanti rispetto a quella nella quale si vive normalmente.

Var, così la tecnologia toglie il piacere dell’esultanza


Da Lettera43, 26 settembre 2017

Se c’è una cosa che rende il gioco del calcio speciale è quel momento in cui la palla gonfia la rete. Il gol e l’esplosione di istinto che lo segue. Ed è un momento collettivo: coinvolge chi il gol materialmente lo fa, e chi quella rete l’ha attesa: i tifosi. Sugli spalti ci si abbraccia fra sconosciuti, in campo ci si inventa le esultanze più curiose. Chi durante il Mondiale del 2006 è esploso al rigore concesso contro l’Australia, e poi al gol di Grosso contro la Germania, provi a immaginarsi quei momenti con il Var Check.

ESULTO ERGO SUM. Dall’inizio della stagione 2017/2018 in Italia (all’estero in Germania e in Olanda) è arrivato il Video Assistant Referee, o Var. Incarna la tecnologia, l’occhio elettronico in grado di salvare l’arbitro da (quasi) tutti gli errori. Nel mondo del calcio c’è chi non l’ha digerita (Gigi Buffon è tra questi) e c’è chi la vede come il Messia in grado di sanare tutte le ingiustizie. E intanto il Var sta facendo capolino nel nostro immaginario collettivo, tanto che alla Snai si può scommettere sul suo utilizzo o meno. Ha portato alcune cose: il calcio di rigore alle piccole in casa delle grandi (si veda Juventus-Cagliari, prima giornata) e l’annullamento di gol in fuorigioco millimetrico. Una cosa però è certamente minacciata dalla tecnologia: quell’istante che segue il gol.

SE CI FOSSE STATO INZAGHI… Prima dell’avvento del Var ai tifosi bastava dare un’occhiata al guardalinee e se questo correva verso il centrocampo era fatta. Adesso è tutto più complicato, capita di aspettare alcuni minuti. La memoria corre a Pippo Inzaghi, che ha vissuto una carriera intera in fuorigioco, incapace dopo i gol di ridursi a un’esultanza composta. Il Var check avrebbe forse assottigliato il suo bottino di 288 reti, di sicuro gli avrebbe strozzato in gola ben più di un grido.

Tecnologia dal cuore di pietra: a Orsolini è stato tolto il primo gol in serie A
Il Video Assistant Referee può essere molto crudele, come lo è stata nella quinta giornata di serie A, con il giovane attaccante dell’Atalanta Riccardo Orsolini. A margine di una sfida senza storia contro il Crotone di Davide Nicola, Orsolini segna quello che potrebbe essere il 6-1. Scatto sul filo del fuorigioco, tiro e rete: l’arbitro convalida. È il suo primo gol in serie A: i compagni lo sommergono di abbracci, lui fa il cuore verso la tribuna. Pregusta i Whatsapp di congratulazioni di amici, parenti ed ex allenatori. E invece… Var check. L’arbitro Piccinini corre allo schermo a bordo campo, scorrono le immagini alla moviola. Il direttore di gara si gira: i suoi indici disegnano nell’aria la sagoma dello schermo. Orsolini è in fuorigioco di mezza scarpa. Il Var aveva già spezzato il cuore ai tifosi del Benevento alla seconda giornata, nella sfida contro il Bologna. Coi rossoblu avanti per 0-1, al 98’ Lucioni firma il pari. Lì per lì l’arbitro convalida. Viene giù lo stadio. È il primo gol in casa segnato in serie A dal Benevento nella sua storia: tutta la città gioisce per almeno un paio di minuti. Var Check. Gol annullato. Una decisione indiscutibile, ma un dispiacere per i sostenitori delle “streghe”.

Le esultanze: tutte le feste che il Var avrebbe potuto rovinare
Tra gli Anni 90 e i primi Anni 2000 spopolavano le esultanze più strane in serie A. Sandro Tovalieri al Bari s’inventò il mitico trenino: dopo ogni gol tutti gattonavano in fila scimmiottando i vagoni. Nel Piacenza dove giocava Eusebio Di Francesco ci si metteva in cerchio e si ballava la Macarena. Francesco Totti dopo un gol nel derby con la Lazio sollevò la maglia dichiarando al mondo il suo amore per Ilary: «6 unica». Var check. «Sandro ferma il treno, Eusebio spegni la musica, Francesco rivestiti», serve il responso dell’occhio elettronico. E quando anche il responso del Var è positivo, ormai la festa è rovinata. Poi è vero che non sempre il Var ci mette il becco, però è pur sempre un’ombra minacciosa che al momento del gol prende in mano il cuore dei tifosi e ne fa un frullato. Esultare o aspettare? Questo è il dilemma.

iPhone, le 20 cose distrutte dallo smartphone di Apple


Da Lettera43, 13 settembre 2017

«Tara ta ta, tara ta ta» era il suono della vecchia sveglia da comodino che puntavamo prima di andare a dormire. Almeno fino al 2007, anno in cui Steve Jobs, il fondatore di Apple, presentò al mondo il primo iPhone della storia. Da allora sono stati venduti oltre 1 miliardo di melafonini e l’arrivo dello smartphone di Cupertino ha fagocitato oggetti e abitudini, instillando altre consuetudini nelle persone. Un video del New York Times (guarda qui) ha provato a elencare tutti gli oggetti distrutti dal melafonino, Lettera43.it ne ha aggiunti degli altri.

1. La sveglia

Non che le sveglie di una volta ci manchino granché, ma la loro tirannia, esercitata con solerzia ogni mattina per decenni, è stata soppiantata dall’invenzione di Steve Jobs: grazie al quale è possibile impostare una micidiale cintura di sveglie disseminate nel corso della giornata. Sveglie che ci dimentichiamo attive anche quando non servono e che, ovviamente, suonano nei luoghi meno opportuni.

2. Le macchine fotografiche

Una volta si andava in gita con la Kodak usa e getta nello zainetto, quella con i rullini da far sviluppare allo studio fotografico. Poi ci si è evoluti, sono arrivate le camere digitali con le foto da scaricare sul pc. L’iPhone con la sua fotocamera via via più evoluta è riuscito a soddisfare le esigenze della gente comune, relegando fotocamere e videocamere a una ristretta cerchia di professionisti o appassionati.

3. Il telefono fisso

Il telefono fisso, in seguito al dilagare degli smartphone, è diventata una cosa da museo: quasi nessuno lo utilizza più. Telefono, internet: è tutto lì, ormai neanche i telemarketer quasi chiamano più sul fisso.

4. La livella

La livella veniva utilizzata per determinare la pendenza di una superficie rispetto a un piano orizzontale di riferimento. Ebbene, adesso basta un iPhone per svolgere la stessa funzione, inclusa nell’app Bussola.

5. La mappa

Un tempo quando si era in vacanza a Venezia e ci si perdeva fra i suoi canali poteva essere un bel problema. Occorreva una mappa e anche una discreta dose di senso dell’orientamento per uscirne. Con l’invenzione di iMap le mappe di carta sono scomparse, in disuso, ora basta impostare la destinazione e farsi guidare dall’iPhone.

6. I calendari

Una volta c’erano i calendari, con quelle gigantesche caselle dove si potevano appuntare gli impegni della settimana. Spopolavano quelli delle veline, delle squadre di calcio e gli omaggi della banca, ora non più: dal 2007 si può fare tutto con l’iPhone.

7. La bussola

A parte chi naviga in mare aperto, non l’ha mai usata (quasi) nessuno. Continua a non usarla (quasi) nessuno, ma sull’iPhone.

8. L’agenda

Prima c’era l’agenda telefonica sulla quale appuntavamo tutti i numeri più preziosi. Era da conservare gelosamente, perché se si perdeva era un guaio. Oggi si gode la pensione essendo stata completamente soppiantata dalla rubrica dell’iPhone.

9. Le cartoline

A dire la verità le cartoline si trovano ancora, però da quando si possono inviare e condividere foto con l’iPhone diciamo che si comprano molto meno di frequente. Basta inviare una foto alla mamma su Whatsapp per farla contenta.

10. L’orologio

Cinturini di plastica, di pelle, d’acciaio: tutti via, niente più orologi al polso. Da quando lo smartphone regna è sufficiente controllare l’orario sul display. Ora è più che altro un accessorio per appassionati e cene eleganti. La stessa Apple ha costruito due iWatch, ma con risultati tutto sommato modesti rispetto ai suoi standard: le ultime stime, aggiornate all’inizio del 2017, parlano di 25 milioni smartwatch venduti. Con l’iWatch 3 l’ad Tim Cook tenta di portare alla riscossa il suo prodotto finora meno apprezzato

11. Il citofono

«Che fai, scendi?». Una volta quando si andava a prendere un amico si citofonava, nell’era degli smartphone che bisogno c’è? In fondo, basta un Whatsapp.

12. L’album delle foto

La nonna ci ha sempre mostrato con orgoglio l’album delle foto del suo matrimonio, delle vacanze, di quando è nato nostro padre (o nostra madre). Adesso ci sono le gallery sull’iPhone e gli album di Facebook.

13. I giornali di carta

Prima erano ovunque: al bar, nelle sale d’attesa del dentista, perfino nel nostro bagno. Ora in molti non sfogliano più i giornali, aggiornano il news feed del loro telefono. Nel 2007 si vendevano oltre 5 milioni di giornali al giorno, nel 2016 in media si sono vendute 2,7 milioni copie giornaliere. I social network e internet sono indicati come i responsabili di questo declino, ma la diffusione degli smartphone è stata la clava che ha dato il colpo di grazia.

14. Il tempo per se stessi

Smontare dal lavoro e staccare la spina: una volta era possibile. Da quando c’è l’iPhone, è molto più complicato. Potete essere al mare, in montagna, a casa: se il lavoro vi cerca, non potete più nascondervi. I colleghi vi invieranno Whatsapp, messaggi, e-mail, vi scriveranno su Facebook. Insomma, vi troveranno. Allo stesso modo, chiunque è mai stato incluso in uno di quei gruppi oceanici su Whatsapp, sa cosa vuol dire essere inondati di notifiche dal gruppo dei genitori dell’asilo, del calcetto, del fantacalcio, dei compagni di classe delle medie.

15. Le chiacchiere con gli sconosciuti

«Fa caldo oggi, non è vero?». Clima e meteorologia da quando esistono gli ascensori sono sempre stati gli argomenti di discussione per eccellenza. Un metodo formidabile per rompere il silenzio imbarazzante quando ci si trova in cabina con uno sconosciuto. L’iPhone ha spazzato via questa consuetudine: è sufficiente chinare il capo sullo schermo Lcd e fingere di leggere un articolo del New York Times per ostentare una cultura elevata. Lo stesso accade sul vagone dei treni, nelle sale d’attesa degli uffici, dal dottore, mentre si aspetta l’autobus, in metropolitana. Basta alzare la testa dal display per accorgersene.

16. Le richieste agli altri

«Scusi, potrebbe farmi una foto?», quante volte lo abbiamo chiesto a un passante mentre eravamo in in riva alla spiaggia. Ormai abbiamo i selfie e i bastoni per scattarli anche in condizioni al limite delle possibilità umane. Non fermiamo più nessuno in mezzo alla strada per chiedere di indicarci la strada per il locale che stiamo cercando. Siri e iMap sono i nostri interlocutori preferiti.

17. I freni inibitori

L’invenzione della telecamera frontale ha fatto da apripista all’avvento dei selfie. Una valvola di sfogo perfetta per narcisi e nutrimento vivo per chi ha un ego smisurato tra labbra “a culo di gallina” e respiri trattenuti per nascondere la pancia.

18. L’anonimato

Il pulsante “Home” dell’iPhone sa tutto di noi, perfino le nostre impronte digitali. Il Gps dello smartphone sa dove siamo. L’App di Google sa che cosa cerchiamo su internet e quali sono i nostri interessi. A dire il vero l’iPhone potrebbe conoscerci meglio di nostra madre.

19. Il modo di viaggiare

La diffusione degli smartphone ha cambiato il modo di viaggiare. Di pari passo con l’arrivo dell’iPhone e delle App, si sono diffusi i servizi di car sharing: basta sbloccare il telefono e vedere sulla mappa dove si trova la prima auto disponibile. Con un pochi tocchi di touch screen si possono comprare biglietti del treno, dell’autobus, dell’aereo. Uber ha rivoluzionato il sistema del trasporto privato con un’App che mette in comunicazione automobilisti e passeggeri (che nel 2016 hanno usufruito in media di 5,5 milioni di passaggi al giorno in tutto il mondo), mandando in crisi il mondo dei taxi.

20. Le guide

Finire in un ristorante da incubo poteva capitare, e molto spesso, specie se si visitava una città che non si conosceva. Ma da quando c’è l’iPhone si può consultare al volo TripAdvisor o simili e cercare di evitare in extremis – seppur non sempre con successo – l’incontro con uno spaghetto scotto o con una pizza dura come la suola di una scarpa. Ma non solo: manuali e opuscoli informativi per viaggi e musei prendono polvere sugli scaffali, al loro posto basta una piccola ricerca con il cellulare per trovare quello che si vuole sapere.

Milano, ecco cosa c’è nel negozio di Pornhub


Da Lettera43, 1 dicembre 2017

Un tempo i siti porno erano zona vietata, si raggiungevano con un clic furtivo al riparo da occhi indiscreti. I tempi però sono cambiati. E Pornhub lo dimostra. Da quando è stato fondato da Malcolm Flannigan nel 2007, è divenuto velocemente il sito più visitato al mondo con 23 miliardi di visitatori nel 2016. Tra spot televisivi e articoli di giornale dedicati, ormai il suo porno 2.0 è stato sdoganato. E ora la società si prepara a un altro passo: aprire negozi brandizzati. Il primo punto vendita in Italia e in Europa è stato inaugurato il primo dicembre a Milano in via De Cristoforis, a due passi da Piazza Gae Aulenti. Poi sarà la volta di New York. Si tratta di un Temporary Store che resterà aperto un mese. In base al riscontro di pubblico, l’azienda potrebbe pure decidere di renderlo permanente.

L’ARIA DA BOUTIQUE. A una prima occhiata sembra uno dei tanti sexy shop. Poi, entrando nel cortile, le cose cambiano: niente vetri oscurati, niente cartello lampeggiante con la scritta «aperto», e parecchi curiosi. Insomma ha tutta l’aria di essere una boutique del vicino Corso Como. «Buongiorno, benvenuti!», salutano commessi e commesse, accogliendo con un sorriso i clienti più imbarazzati.

Sugli scaffali però non si vedono sex toys. Sì, ci sono certo, ma non in bella vista. Più che altro si trovano gadget di ogni tipo: dalla tazza agli addobbi natalizi, per arrivare alle magliette zeppe di doppi sensi: «No alla guerra, sì al Deepthroat», si legge su una t-shirt appesa. Tra gli articoli di maggior successo i giochi da tavola: come Squillo, inventato dal cantautore bergamasco Immanuel Casto, noto per le sue canzoni ironiche a tema. Non possono mancare le magliette di Youporn, altro brand appartenente, insieme con Redtube e Pornhub, all’azienda lussemburghese MindGeek. «Sta andando meglio del previsto», spiega a L43 una commessa. «Vendiamo soprattutto t-shirt, ma anche il grip per cellulari, un adesivo di silicone che serve per attaccare il telefono a tutte le superfici per fare i selfie: basta passarlo sotto l’acqua e torna pulito».

IN CERCA DI UN SEX TOY. I clienti arrivati qui per l’inaugurazione sono di tutte le età, ma la parte dei leoni la fanno i giovani. «Cercavo un sex toy da regalare alla mia ragazza», racconta uno di loro, «però mi aspettavo una scelta più vasta di questo tipo di articoli». C’è anche una coppia di universitari: «Lui non vedeva l’ora di arrivare», ammette sorridente lei guardandolo. «Anna ha fatto acquisti interessanti», scherza lui. «Cosa abbiamo preso? Speravamo in qualcosa di più piccante, il mio fidanzato ha preso dei pantaloni della tuta. Comunque vale la pena fare un giro, è divertente». Il porno sarà pure sdoganato ma aprire un negozio Pornhub non è stato semplicissimo. «C’è chi non ha voluto concederci lo spazio», sottolinea uno dei responsabili. «Alla fine però ce l’abbiamo fatta e devo dire che la curiosità che stiamo riscontrando è molto alta».

Vendemmia 2017: tendenze e costi dei vini di quest’anno


Da Lettera43, 20 settembre 2017

Un quarto dell’uva in meno, grappoli più piccoli, chicchi troppo zuccherini. La vendemmia 2017 sembra essere una via crucis per vignaioli italiani, rimasti vittima di gelate primaverili prima e di caldo opprimente e siccità poi. L’Assoenologi, presieduta dal famoso enologo Riccardo Cotarella, ha pubblicato le prime stime sul raccolto attualmente in corso: «Si prevede una produzione di 41 milioni di ettolitri», si legge sul documento, con qualità «eterogenea su tutta la penisola a causa del caldo e della forte siccità». Il report risale al 28 di agosto. L’industria del vino italiana nel 2016 ha avuto un giro d’affari stimato di 10 miliardi, con 1,3 milioni di persone che lavorano nella filiera. Ma come sta andando realmente la vendemmia 2017? Che vini potremo aspettarci? Lettera43.it lo ha chiesto a Domenico Bosco, responsabile nazionale vitivinicolo della Coldiretti, e a Samuel Cogliati, giornalista specializzato ed esperto di enologia.

1. Qualità: uve molto zuccherine portano a vini più gradati
Per Cogliati il grande caldo causa «uve squilibrate, troppo zuccherine, con un’acidità bassa e conseguenti vini alcolici, pesanti e non rinfrescanti» per cui mai come quest’anno il lavoro svolto in vigna e «la bravura e la competenza dei viticoltori farà la differenza». «Da quello che ho potuto sentire da alcuni viticoltori nelle ultime settimane», prosegue Cogliati, «mi giungono risposte analoghe: poca uva, ma buona. I viticoltori lo dicono spesso, anche per un comprensibile discorso di marketing». Sarà un’annata negativa? «Nel caso del vini pronunciarsi in modo netto è una scelta azzardata. Non sono rari i casi in cui una vendemmia dà impressione di qualità discutibile e poi si cambia idea. Il vino cambia e si trasforma e si consuma dopo anni».

RACCOLTA POCO OLTRE IL 50% DEL TOTALE. Chi non vuole sentire parlare di qualità scarsa è la Coldiretti. «Il raccolto è a poco più del 50% del totale», spiega Domenico Bosco, «sarebbe prematuro e ingeneroso parlare di qualità scarsa adesso, soprattutto per i viticoltori che hanno saputo intervenire per tempo con le irrigazioni di soccorso: per loro potrebbe essere anche un’annata eccellente». Il caldo ha portato ad anticipare la vendemmia già ad agosto per evitare che le uve diventino troppo zuccherate, con conseguenze che per Cogliati potrebbero ripercuotersi sulla qualità del prodotto finale: «Raccogliere troppo presto non consente all’uva di sviluppare i profumi, con il risultato di ottenere aromi di confettura e frutta cotta un po’ sgraziati».

2. Quantità: sugli scaffali mancherà 1 bottiglia di vino su 4
Per Assoenologi il Veneto, con 8,6 milioni di ettolitri, si conferma la regione italiana più produttiva, seguita dalla Puglia (6,7) e dall’Emilia Romagna (6,3). Queste tre Regioni insieme nel 2017 produrranno circa 22 milioni di ettolitri, ossia oltre la metà di tutto il vino italiano. Complessivamente verrà prodotto circa il 25% in meno rispetto al 2016, ovvero mancherà sugli scaffali una bottiglia di vino su quattro.

IL LAZIO LA REGIONE PIU’ IN DIFFICOLTA’: – 40% DI RACCOLTO. Le stime parlano di un -40% di raccolto nel Lazio, -30% in Toscana e Puglia, -25% in Lombardia. Dietro di loro una sfilza di “meno” e una sola eccezione, la Campania (+5%). Hanno limitato i danni Trentino (-10%), Veneto e Friuli (-15%). A soffrire è anche la resa per ogni chilo di raccolto: «Uno dei dati che ci stanno arrivando in questi giorni», racconta Bosco «è che si è abbassata la resa di trasformazione: ovvero quanto succo si riesce a ricavare dai grappoli d’uva. Normalmente abbiamo una resa di 0,77 litri di vino a fronte di 1 kg di raccolto, quest’anno però le rese sono state peggiori».

PIOGGE BENEFICHE PER LE UVE TARDIVE. Per quanto riguarda le uve tardive (quelle che inizieranno la raccolta nel mese di ottobre), c’è speranza che le piogge della prima metà di settembre abbiano migliorato la situazione: «Saranno benefiche in quelle aree dove ci sono varietà che verranno raccolte a partire dalle prossime settimane», spiega Bosco. «Penso per esempio al Cabernet nelle zone del Nord Italia, invece per le uve che si stanno raccogliendo in questi giorni gli effetti saranno molto limitati e anzi, dove si sono verificate bombe d’acqua potrebbero esserci anche dei danni».

3. Prezzi: possibili rincari dal 10 al 20% alla bottiglia
«Quanto il calo della produzione si tradurrà in rincari di prezzo non è semplice dirlo», dice Bosco di Coldiretti, «per esempio per il Prosecco non credo ci saranno aumenti, per Franciacorta e Chianti invece sì. In ogni caso si parla di rincari lievi, del 10 o 20% non di più». Dipende dal tipo di vino e dalla richiesta che avrà sul mercato. Bosco fa un esempio: «Se parliamo del Brunello, che è un vino molto richiesto anche all’estero, rincari più consistenti potrebbero esserci se si dovesse verificare una riduzione del 50% della produzione».

AUMENTI DI PREZZO PER VINI DOC E IGT. Grazie ai dati forniti da Assoenologi, si stima un aumento generalizzato – più o meno consistente – di prezzo per i vini Doc e Igt. Aumenti che coinvolgono anche i vini generici senza denominazione. Si è già accennato dello spumante lombardo Franciacorta che a causa delle gelate ha perso fino al 50% delle uve rispetto all’anno scorso: questi vini, anche perché molto richiesti sul mercato, potrebbero salire di prezzo. Si registrano contrattazioni al rialzo per la Ribolla gialla e per il Sauvignon in Friuli-Venezia Giulia (quindi probabili rincari per i Doc Collio Goriziano e Colli Orientali del Friuli). In Toscana – dove si prevede un – 30% in termini di quantità di uva raccolta – risultano particolarmente colpite le uve Merlot e Sangiovese, per cui è facile prevedere rincari per vini rossi Doc celebri come, per esempio, il Chianti e il Brunello di Montalcino. Il -40 % registrato nel Lazio fa temere per le quotazioni dei vini della zona dei Castelli Romani. In Emilia-Romagna sono previste al rialzo le quotazioni di Malvasia e Grechetto. Al Sud è facile aspettarsi rincari, tra gli altri, per Zibibbo siciliano e Vermentino sardo. Stabili invece i vini piemontesi e veneti.

4. Tecnologia: in futuro droni e piante più resistenti alla siccità
Intanto Coldiretti si sta muovendo per spingere gli agricoltori ad attrezzarsi per contrastare i cambiamenti climatici: «Per la carenza d’acqua», prosegue Bosco, «si potrebbe investire in alcune zone per la creazione d’invasi per la conservazione delle risorse idriche, i viticoltori potrebbero adottare portinnesti più resistenti alla siccità e provvedere al controllo degli areali in tempo reale: con droni, telerilevamento in modo da intervenire in modo mirato dove serve».